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Contratti B2C e diritto di recesso: la Corte di Giustizia chiarisce le modalità con cui le informazioni devono essere fornite ai consumatori

1. Introduzione

Mediante l’emanazione della Direttiva 2008/48/CE, da ultimo modificata ad opera del Regolamento (UE) 2019/1243 (di seguito, la “Direttiva”), sono state poste le basi per l'armonizzazione di taluni aspetti delle disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri dell’Unione Europea in materia di contratti di credito ai consumatori.

Tra gli obiettivi principali che la Direttiva si prefigge di conseguire, figurano l’armonizzazione dei contratti di credito e la necessità che i contratti stessi contengano tutte le informazioni necessarie esposte in maniera chiara e concisa, così da permettere ai consumatori di comprendere i diritti e gli obblighi sottostanti al contratto stesso (considerando 9 e 31 della Direttiva).

Come noto, il tema della trasparenza e comprensibilità delle obbligazioni contrattuali è comune a tutti i rapporti tra imprenditore e consumatore e travalica la semplice materia bancaria.

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La Corte UE si pronuncia sulla competenza giurisdizionale in materia di compensi per copia privata

Con la sentenza pronunciata lo scorso 21 aprile nella controversia insorta tra la società di collecting austriaca e Amazon (causa C‑572/14), la Corte di Giustizia UE è intervenuta in materia di competenza giurisdizionale con riferimento al pagamento dell’equo compenso per copia privata. A parere della Corte, poiché tale compenso è volto a risarcire i titolari dei diritti del danno originato dalla realizzazione di copie private, la domanda di risarcimento di tale danno rientra nella materia di illeciti civili dolosi o colposi. Pertanto, con riferimento ai supporti di registrazione impiegati per effettuare le copie private e venduti da Amazon sulla rete Internet, sono competenti i giudici austriaci laddove l’evento dannoso, ovvero la prima immissione in circolazione dei supporti, si sia verificato in Austria.

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Rinvio pregiudiziale per esperibilità della VIA di impianto già realizzato

Con ordinanza del 22.3.2016, n. 185, il TAR Marche ha rimesso alla Corte di Giustizia dell’UE la questione pregiudiziale, se, in riferimento alle previsioni di cui all’art. 191 del TFUE e all’art. 2 della direttiva 2011/92/UE, sia compatibile con il diritto comunitario l’esperimento di un procedimento di verifica di assoggettabilità a valutazione di impatto ambientale (ed eventualmente a VIA) successivamente alla realizzazione dell’impianto, qualora l’autorizzazione sia stata annullata dal giudice nazionale per mancata sottoposizione a verifica di assoggettabilità a valutazione di impatto ambientale, in quanto tale verifica era stata esclusa in base a normativa interna in contrasto con il diritto comunitario.

Il TAR si esprime nel senso della compatibilità.

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Beni di consumo: la Corte di Giustizia dell’Unione europea chiarisce alcuni aspetti relativi alla vendita ed all’azione di garanzia

Con sentenza del 4 giugno 2015 (Faber – Hazet, C-497/13), la Corte di Giustizia Europea si è pronunciata in merito alla corretta interpretazione della direttiva 1999/44/CE che disciplina, a livello comunitario, la vendita dei beni di consumo.

In tale occasione, la Suprema Corte ha precisato che, “nell’individuare le norme applicabili ad una controversia B2C, è compito del giudice nazionale qualificare i fatti e gli atti dedotti in giudizio dalle parti a sostegno delle loro pretese, verificando, in particolare, se l’acquirente possa essere qualificato come “consumatore” nell’accezione di cui all’art. 1, co. 2, lett. a) di tale direttiva”.

I giudici di Lussemburgo, inoltre, hanno stabilito che la disposizione dell’art. 5.3 della direttiva in oggetto (ripresa fedelmente dall’art. 132.3 del Codice del Consumo italiano), secondo cui, laddove i difetti di conformità del bene compravenduto si manifestino entro sei mesi dal giorno della consegna, l’onere di provare tali difetti è eccezionalmente a carico del venditore - e non del consumatore) dev’essere considerata dal giudice nazionale quale norma equivalente ad una disposizione interna avente rango di ordine pubblico, applicabile d’ufficio dal giudice nazionale anche laddove non sia stata espressamente invocata dal consumatore a sostegno delle proprie ragioni. A tal riguardo, la Suprema Corte ha avuto modo di precisare che, per poter beneficiare di tale presunzione, il consumatore è tenuto a provare esclusivamente l’esistenza e la manifestazione tempestiva del difetto di conformità e non anche le cause di tale difetto e l’imputabilità dello stesso al venditore.

Secondo la Corte di Giustizia Europea, infine, ogni Stato membro deve concedere ai propri consumatori, al fine del corretto esercizio dei diritti che ad essi spettano in forza della direttiva, un periodo di tempo di almeno 2 mesi per poter denunciare tempestivamente al venditore il difetto di conformità del bene compravenduto.

Leggi qui il testo integrale del provvedimento

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Corte di giustizia: non si esaurisce il diritto d’autore se l’opera è pubblicata in una forma diversa

 


La Corte di giustizia dell’Unione Europea torna a pronunciarsi sul principio di esaurimento del diritto di distribuzione delle opere originali

Il titolare dei diritti d’autore su un’opera pittorica, il quale ha acconsentito all’immissione in commercio della stessa sotto forma di poster, può opporsi alla futura commercializzazione dell’opera trasferita su tela? È questo il quesito alla base della domanda di pronuncia pregiudiziale che la Corte di Cassazione olandese ha rimesso alla Corte di giustizia dell’Unione Europea, chiamata a pronunciarsi, nella causa C-419/13 (Art & Allposters International BV contro Stichting Pictoright), sull’interpretazione dell’art. 4 della Direttiva 2001/29/CE, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione.
Tale norma stabilisce, a favore degli autori, il diritto esclusivo di autorizzare o vietare qualsiasi forma di distribuzione al pubblico dell’originale delle loro opere o di loro copie, attraverso la vendita o in altro modo. Tale diritto è tuttavia destinato ad esaurirsi all’interno della Comunità, quando la prima commercializzazione di tale oggetto sia stata effettuata con il consenso del titolare. Il caso alla base della domanda pregiudiziale sollevata dalla corte olandese trae origine da una controversia tra la Stichting Pictoright, società olandese per la gestione collettiva dei diritti d’autore che tutela, tra l’altro, i diritti degli eredi di rinomati pittori e l’Art & Allposters International BV, società che commercializza tramite Internet poster e altre riproduzioni di opere di tali artisti. La Stichting Pictoright lamentava in particolare che la riproduzione dell’opera su tela da parte della Allposters rappresentava una nuova pubblicazione non autorizzata, avendo l’autore acconsentito soltanto alla commercializzazione dell’opera sotto forma di poster e non anche riversata su tela.
Sosteneva la Pictoright, infatti, che la regola dell’esaurimento si riferisce all’oggetto, vale a dire all’originale o alle copie dell’opera, senza che rientrino in tale nozione le riproduzioni trasferite su tela, in quanto queste ultime risultano sostanzialmente diverse dagli originali o dalle loro copie per effetto delle profonde modifiche subite dai poster durante il procedimento di trasferimento su tela.
Chiamata in giudizio dinnanzi al tribunale olandese, la Allposters si era costituita in giudizio contestando che solo la creazione immateriale costituisce l’opera ai sensi del diritto d’autore, e non anche l’oggetto fisico in cui essa è incorporata. Pertanto, il trasferimento su tela comporterebbe una modifica solo dell’oggetto fisico, ma la creazione immateriale rimarrebbe inalterata, per cui la modifica solo del suo supporto non influirebbe sull’applicazione della regola dell’esaurimento, con la conseguenza che l’immissione in commercio dell’opera esaurirebbe anche il diritto di vietare ulteriori commercializzazioni della stessa sotto forme diverse.
La Corte di giustizia, richiamandosi alla precedente giurisprudenza in materia, conforme anche al diritto internazionale ed in particolare al trattato dell’OMPI sul diritto d’autore, ha ritenuto che il legislatore comunitario ha voluto dare agli autori il controllo sulla prima commercializzazione di ogni oggetto tangibile che incorpora la loro creazione immateriale, limitando pertanto l’esaurimento del diritto di distribuzione all’oggetto tangibile e non alla creazione immateriale.
D’altronde, il trasferimento su tela non comporta una variazione dell’originale, che implicherebbe un adattamento dell’opera e quindi si esulerebbe dal campo di applicazione della Direttiva 2001/29/CE, bensì solo una modifica del supporto materiale in cui essa è incorporata.
Alla luce di tali considerazioni, la Corte di giustizia, con sentenza pronunciata lo scorso 22 gennaio 2015, ha concluso che la regola di esaurimento del diritto di distribuzione non si applica all’ipotesi in cui un’opera protetta, commercializzata in una determinata forma nell’Unione con il consenso del titolare del diritto d’autore, subisce una sostituzione del proprio supporto, quale il trasferimento su tela della riproduzione presente su un poster cartaceo, e viene nuovamente immessa sul mercato in tale nuova forma.

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Diritto all’oblio: dopo la Corte di Giustizia, tocca al Garante

 

Diritto all’oblio: primi provvedimenti del Garante dopo la pronuncia della Corte di Giustizia

Con la sentenza del 13 maggio 2014, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si pronuncia in merito al diritto all’oblio. Nella sentenza in questione, la Corte afferma la possibilità di chiedere direttamente al motore di ricerca, nel caso di specie a Google, la rimozione, dai propri risultati di ricerca, di quei link che indirizzano a siti che sono ritenuti dal soggetto richiedente lesivi del proprio diritto di privacy e in particolar modo del diritto all’oblio. La novità della pronuncia sta nel fatto che secondo il parere della Corte (che, tramite un’elaborata motivazione, considera il motore di ricerca “titolare del trattamento dei dati”), tale rimozione, o più correttamente deindicizzazione, possa avvenire senza dover necessariamente coinvolgere i gestori dei siti Internet e delle pagine dei giornali on line sui cui risiedono le notizie. Per arrivare alla deindicizzazione dei contenuti contestati, il motore di ricerca dovrebbe caso per caso elaborare considerazioni in merito a diversi elementi, come ad esempio l’interesse pubblico a conoscere la notizia, il grado di precisione con cui la notizia riporta l’avvenimento, il periodo trascorso tra quest’ultimo e la pubblicazione della notizia. La Corte di Giustizia con questa pronuncia cerca di bilanciare l’interesse di trovare facilmente i contenuti in Rete, derivato di un diritto pilastro della nostra Costituzione, quello dell’informazione, e il diritto all’oblio degli utenti, più recente ma non meno importante per la tutela della privacy e della vita personale che dovrebbero essere garantiti ad ogni persona. Per arrivare ad un equilibro la Corte prevede sì la possibilità di rimozione del link che veicola al contenuto, ma dall’altra parte tale rimozione avverrebbe solo se tale link fosse nominativo. La conseguenza che ne deriva è che tale contenuto possa essere comunque reperibile attraverso altre chiavi di ricerca. A livello europeo, al fine di spiegare meglio l’ambito di applicazione di tale pronuncia, il gruppo di lavoro dei garanti europei, c.d. Gruppo Articolo 29 perché costituitosi sulla base dell’art. 29 della direttiva europea sulla privacy, ha prodotto delle linee guida che dovrebbero facilitare l’elaborazione di criteri comuni, rendendo così omogenee le decisioni dei motori di ricerca. A livello nazionale, il nostro Garante Privacy si è già dovuto esprimere su alcune richieste di deindicizzazione che Google ha rifiutato. Nella maggior parte dei casi il mancato accoglimento da parte di Google delle segnalazioni degli utenti è stato riconfermato dall’Autorità, che non ha riconosciuto la sussistenza dei presupposti per l’esercizio del diritto all’oblio; la conferma delle decisioni di Google, in particolare, ha riguardato i casi in cui la richiesta di deindicizzazione si riferiva a vicende processuali tuttora in corso e per cui, pertanto, sussiste ancora un interesse pubblico a conoscerne le varie fasi processuali e/o a vicende processuali definite di recente. L’esistenza di questo duplice “giudizio” configura in astratto il rischio che Google rigetti a priori tutte le richieste di deindicizzazione, lasciando che gli utenti facciano ricorso al Garante per vedersi tutelati i loro diritti. In una recente intervista, Antonello Soro, Presidente del Garante Privacy, sembra comunque ottimista circa la disponibilità di Google a conformarsi alle disposizioni previste dai Garanti Europei, assumendo un ruolo attivo in ordine alle richieste di deindicizzazione che gli pervengano. Ulteriore elemento critico degno di evidenza è il fatto che le linee guida prodotte dai garanti europei richiedono la deindicizzazione, laddove ne sussistano i presupposti, non solo dei contenuti dei domini europei ma anche extra-europei, al fine di garantire un’effettiva tutela dei diritti degli individui, poiché una tutela limitata solo al territorio europeo non sarebbe sufficiente. Per arrivare a risultati che possano soddisfare il diritto all’oblio e di privacy degli utenti, evitando un “braccio di ferro” tra motori di ricerca e garanti, occorre aprire un dialogo tra tali soggetti, addivenendo a soluzioni uniformi e condivise: dialogo, che secondo Antonello Soro rappresenta “la condizione indispensabile per far evolvere la società dell’informazione nel rispetto di diritti fondamentali”.

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Il marchio Northern Soul e i simboli d'uso comune

 

L’impossibilità di registrare come marchio simboli divenuti di uso comune

Il “Northern Soul” è un genere musicale che, diffusosi a cavallo degli anni ’60 e ’70 in diverse città del nord dell’Inghilterra, è divenuto in pochi anni molto popolare tra i giovani appartenenti alla sub-cultura dei c.d. mod.
Simbolo di tale corrente musicale è diventato, per ragioni solo in parte conosciute, il logo visionabile a questo link.

Ispirato al celebre gesto di protesta degli atleti di colore Tomie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Messico ’68, tale simbolo veniva usato nei posters che pubblicizzavano serate a base di musica Northern Soul. Ben presto, tuttavia, tale segno è divenuto un badge che gli amanti di tale musica apponevano sui propri abiti, zaini o scooter quale simbolo di appartenenza.
Il logo sopra riportato, tuttavia, non è mai stato registrato come marchio né durante gli anni di maggior successo del Northern Soul, né successivamente. Ciò, almeno, fino al dicembre 2012, quando la società inglese The Retro Bag Shop ha depositato presso l’Ufficio Marchi e Brevetti britannico una domanda di marchio che riproduceva il logo “Northern Soul – Keep the faith” per prodotti della classe 18 (imitazioni della pelle, zaini, borse da viaggio, portafogli ecc.).
Ben presto, anche grazie ai social networks, vecchi e nuovi fans del Northern Soul hanno organizzato una campagna per evitare l’appropriazione di tale simbolo da parte di un soggetto privato.
Portavoce di questo movimento è stato Mr. Brian Poulton, cultore della musica Northern Soul sin dalle sue origini, il quale pure aveva in passato utilizzato il logo “Northern Soul – Keep the faith” come elemento decorativo di borse e zaini prodotti dalla sua società Indie Apparel Ltd. e quindi mai in funzione di marchio.
Forte dell’appoggio di migliaia di fans, Mr. Poulton ha depositato presso l’Ufficio Marchi e Brevetti britannico un’opposizione alla registrazione del marchio “Northern Soul – Keep the faith” basata sull’art. 3(1)(d) del Trademark Act britannico che vieta la registrazione di marchi consistenti esclusivamente in segni divenuti consueti o abituali nel linguaggio comune.
L’iniziativa di Mr. Poulton ha ottenuto i risultati sperati e, con decisione dell’11 agosto 2014, l’Ufficio Marchi e Brevetti britannico ha accolto l’opposizione e rigettato la domanda di marchio in questione sul presupposto che il simbolo “Northern Soul – Keep the faith” rientrasse nel linguaggio comune.
Il tema, al di là della sua connotazione culturale, è ricorrente anche nelle aule giudiziarie italiane ed europee, essendo un fenomeno crescente il ricorso nell’attività di marchi che sfruttano la capacità evocativa di parole o simboli di uso comune.
L’art. 13 del Codice della Proprietà Industriale affronta il problema negli stessi termini della norma inglese che ha deciso il caso “Northern Soul – Keep the faith” vietando la registrazione di tale logo come marchio.
Non è tuttavia agevole individuare la linea di confine tra parola o logo largamente diffusa, comunque utilizzabile come marchio, e parole o simboli inappropriabili in quanto di uso comune.
Volendo citare alcuni esempi, in sede europea è stata rifiutata la registrazione dei segni “+” e “plus” (Trib. UE, 3.3.2010, causa T-321/07) in quanto segni o parole di uso comune per indicare l’eccellenza di determinati prodotti. Allo stesso modo, i giudici italiani hanno considerato nullo sia il marchio consistente nell’espressione “Il velista dell’anno” in quanto la dicitura “dell’anno” risulta una metafora evocativa di “preminenza ed eccellenza” (T. Milano, 21.10.2010  in G.A.D.I. 5659) sia il marchio formato dal simbolo di un “cuore rosso” in quanto emblema di uso comune legato ai concetti di affetto o amore (T. Milano 24.10.2008 in G.A.D.I. 5386).
Al contrario, la Corte di Giustizia Europea ha ritenuto valido il marchio “Vorsprung durch Technik” (“vantaggio attraverso la tecnica”) in quanto, pur riferendosi alla superiorità tecnologica dei prodotti a cui si riferisce, è stato considerato dotato di una certa originalità (C.G.E. 21.1.2010 C-398/08P). Similarmente, i giudici italiani hanno stato considerato valido il marchio “Fuoco dell’Etna” registrato per bevande alcoliche in quanto risulta dalla combinazione di due parole che esigono dal consumatore un’attività interpretativa e di elaborazione concettuale e, pertanto, non può essere considerato un segno di uso comune (T. Catania, 13.2.2009 in G.A.D.I. 5622).

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Diffusione di musica all’interno di un albergo e di uno studio dentistico

autore:

Francesca Florio

La Corte di giustizia dell’Unione Europea, con due recentissime sentenze, pubblicate il 15 marzo 2012, ha stabilito, da una parte, che il gestore di un albergo, il quale mette a disposizione nelle camere dei clienti apparecchi televisivi e/o radio, cui invia un segnale di trasmissione, è tenuto al versamento di un’equa remunerazione in forza dell’articolo 8, paragrafo 2, della direttiva 2006/115, per la riproduzione del fonogramma, in aggiunta a quella versata dall’emittente radiofonica.
La Corte ha infatti affermato il principio secondo il quale il predetto soggetto albergatore debba considerarsi un «utente» che effettua un atto di «comunicazione al pubblico» di un fonogramma radiodiffuso, ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 2, della direttiva 2006/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006, concernente il diritto di noleggio, il diritto di prestito e taluni diritti connessi al diritto di autore in materia di proprietà intellettuale. 

Dall'altra parte, la Corte ha invece stabilito che la diffusione gratuita di fonogrammi effettuata all’interno di uno studio odontoiatrico privato non dà diritto alla percezione di un compenso in favore dei produttori fonografici.Secondo la Corte, invero, la nozione di «comunicazione al pubblico», ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 2, della direttiva 92/100, deve essere interpretata nel senso che essa non comprende la diffusione gratuita di fonogrammi effettuata all’interno di uno studio odontoiatrico privato, come quello di cui alla controversia principale, esercente attività economica di tipo libero-professionale, a beneficio della relativa clientela e da questa fruita indipendentemente da un proprio atto di volontà. Siffatta diffusione non dà pertanto diritto alla percezione di un compenso in favore dei produttori fonografici.
Clicca qui per leggere la Sentenza Corte di Giustizia UE C-162/10
Clicca qui per leggere la Sentenza Corte di Giustizia UE C-135/10
 

 

Commento
La sentenza in commento ha il pregio, al di là delle singole fattispecie esaminate, di offrire la nozione di “comunicazione al pubblico”, ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 2, della direttiva 92/100, precisando che rientra in tale ambito esclusivamente l’uso propriamente pubblico, con esclusione dei luoghi in cui si svolge un’attività tecnico-professionale.
Esprimiamo qualche perplessità sulla soluzione offerta perché la stessa sembra essere troppo legata all’individuazione del luogo di trasmissione e dell’attività svolta all’interno dello stesso, individuazione che appare non sempre riconducibile a criteri oggettivi. (F.F.)

 

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Tutela giuridica delle banche dati

La Corte di giustizia dell’Unione Europea, con una recentissima sentenza emessa il 1° marzo 2012, ha stabilito che l’art. 3, par. 1, della Direttiva n. 96/9/CE, relativa alla tutela giuridica delle banche di dati, deve essere interpretato nel senso che una «banca di dati», ai sensi dell'art. 1, par. 2, di tale direttiva, è protetta dal diritto d'autore previsto dalla direttiva stessa a condizione che la scelta o la disposizione dei dati in essa contenuti costituisca un'espressione originale della libertà creativa del suo autore, valutazione, questa, che spetta al giudice nazionale. Di conseguenza, l'impegno intellettuale e il know-how destinati alla creazione di detti dati, laddove non esprimano alcuna originalità, non possono, di per sè, giustificare siffatta tutela.

Clicca qui per leggere la Sentenza Corte di Giustizia UE C-604/10

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Il diritto d’autore e gli altri diritti fondamentali

La Corte di giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza emessa il 16 febbraio 2012, ha ribadito, tra l’altro, il principio in forza del quale il provvedimento giudiziale che ordini ad un hosting provider (nel caso di specie la piattaforma di social network Netlog) di adottare un sistema di filtraggio e di blocco delle comunicazioni elettroniche per tutelare i diritti di proprietà intellettuale, non può essere accolto nel momento in cui leda, in linea di principio, i diritti fondamentali. In particolare, il sistema di controllo richiesto avrebbe avuto delle conseguenze sulla tutela dei dati personali di tutti gli utenti che effettuano l’invio di file sulla rete in quanto implicante un’attività sistematica e di elaborazione di tutte le informazioni relative ai profili creati sulla rete sociale dagli utenti stessi, informazioni, queste, che costituiscono dati personali protetti, in quanto consentono, in linea di principio, di identificare i suddetti utenti.

Clicca qui per leggere la Sentenza Corte di Giustizia UE C-360/10

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