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Risarcimento multimilionario per la violazione dei diritti morali degli street artists di 5Pointz nel caso Castillo v. G&M Realty L.P., No. 18-498 (2d Cir. 2020)

Nel 2002 Gerald Wolkoff, proprietario di una serie di magazzini fatiscenti nel Queens, ne affida la gestione al noto street artist Jonathan Cohen, in arte Meres, per realizzare e curare uno spazio artistico. In breve tempo il complesso industriale, noto come 5Pointz, diventa un polo artistico e culturale per la pittura aerografica di rilevanza internazionale, attraendo numerosi street artists, celebrità e visitatori e arrivando a ospitare oltre 10.000 opere d’arte contemporanea in poco più di 10 anni. Tuttavia, nel 2013 il proprietario decide di demolire il complesso. Per prevenirne la distruzione, Cohen e altri artisti decidono di azionare, sulla base del “Visual Artists Rights Act” (VARA), i propri diritti morali sulle opere d’arte realizzate a 5Pointz; dopo un primo ordine restrittivo temporaneo, che ne vietava la distruzione, Wolkoff caccia gli artisti dalla struttura e fa cancellare molte delle opere, impedendone il recupero.

Il VARA protegge i diritti morali degli artisti visuali e, in particolare, protegge questi dalle modifiche non autorizzate, che ne possano danneggiare la reputazione, nonché dalla distruzione delle loro opere e può integrare anche un risarcimento economico, nel caso in cui la violazione sia volontaria. In particolare, si fa riferimento al “right of integrity”. A tal proposito, la pronuncia in questione riprende con precisione l’intera analisi effettuata dalla District Court, valutandone la correttezza.

Nella causa portata avanti da Cohen e altri artisti, il tema principale era quello di determinare se le opere distrutte fossero state di “recognized stature”, la quale si pone come requisito necessario per l’applicazione del VARA. La disamina del giudice in tal senso si inserisce in una lunga serie di pronunce al centro della tensione fra diritto d’autore e arte contemporanea. Dapprima, viene ripresa la storica pronuncia di Bleistein v. Donaldson Lithographing Co. (1903) sul rispetto della “aesthetic neutrality”, con la conseguente fondamentale necessità di non ingerenza del giudice nella determinazione di ciò che possa intendersi per opera d’arte e, nello specifico, per opera di “recognized stature”. Arrivando poi alle più recenti Carter v. Helmsley‐Spear (S.D.N.Y. 1994) e Martin v. City of Indianapolis (7th Cir. 1999), dove già i giudici si erano espressi in proposito, per la valutazione sulla “recognized stature” la corte si basa – in linea con la visione c.d. istituzionalista del mondo dell’arte – esclusivamente sul parere di esperti e, in generale, di persone appartenenti al mondo dell’arte. Cionondimeno, per la corte, tale valutazione può essere fatta anche ex post, considerato che le opere sono andate distrutte.

A detta del giudice, negli ultimi anni la street art si sarebbe affermata come “a major category of contemporary art” e questo già di per sé parrebbe un riconoscimento epocale. Poi, prendendo ad esempio l’opera di Christo – con The Gates a Central Park – e Banksy – con l’ormai celeberrimo Girl with a Balloon –, la corte conferma che non sarebbe necessaria la durevolezza perché un’opera sia considerata di “recognized stature” e quindi protetta dal VARA, anzi – spingendosi oltre – afferma che talvolta la temporaneità sarebbe addirittura una valore aggiunto per l’opera stessa, purché quest’ultima sia sempre riconducibile nell’alveo del requisito della “fixation”, che del diritto d’autore statunitense è un indiscusso pilastro; e in questo caso, secondo la corte, “[i]t is undisputed that the 5Pointz works […] satisfied the statute’s minimal durational requirement.”. Va da sé che anche questa dichiarazione ha un’importanza cruciale, in quanto gran parte delle opere di arte contemporanea hanno natura effimera.

Non meno importante è l’affermazione per cui il solo fatto che un’opera sia esposta in un luogo artisticamente significativo, quale viene riconosciuto essere 5Pointz, sarebbe esso stesso prova della statura dell’opera medesima; e lo sarebbe parimenti il fatto che l’opera sia stata selezionata da uno street artist a sua volta di chiara fama.

Quanto però rileva maggiormente come fattore di novità è la conferma da parte della Court of Appeals della pronuncia della District Court relativamente al risarcimento dei c.d. “statutory damages”, che vengono qui accordati nella misura del massimo previsto dalla legge, ovvero 6.75 milioni di dollari, basandosi sul fatto che le opere sarebbero state distrutte ingiustamente e volontariamente (“willfulness”), violando così il VARA. Infatti, Wolkoff avrebbe dovuto dare 90 giorni di preavviso per consentire agli artisti di rimuovere le loro opere o quantomeno avrebbe dovuto informarli che queste sarebbero potute essere distrutte, e ciononostante Wolkoff – come anche per sua stessa espressa ammissione – non l’avrebbe fatto. Consapevolmente.

La valutazione per il riconoscimento degli “statutory damages” è stata fatta attraverso un test a sei fattori, ciascuno dei quali è risultato a favore degli artisti. Nel caso di specie, sarebbe chiara la volontarietà del comportamento del trasgressore: infatti, Wolkoff avrebbe ordinato la cancellazione delle opere di notte e con grande premura, senza concedere alcuna possibilità agli artisti di recuperarle; inoltre, sebbene non quantificabili ai fini dei c.d. “actual damages”, i mancati ricavi dei danneggiati sono risultati essere significativi. La corte ha poi sottolineato l’effetto deterrente che tale pronuncia avrebbe nei confronti del trasgressore e di terze parti, in quanto incoraggerà quest’ultimi a ottemperare al predetto obbligo di preavviso di 90 giorni. Per converso, gli artisti si sono sempre comportati nel pieno rispetto della legge, oltre ad avere ottenuto l’autorizzazione a dipingere da parte del proprietario stesso. In definitiva, quello di Wolkoff sarebbe stato meramente un “act of pure pique and revenge” nei confronti degli artisti.

Questa sentenza apre nettamente al risarcimento in favore degli artisti nel caso in cui i loro diritti morali vengano deliberatamente violati e alla salvaguardia delle loro opere dalla distruzione indiscriminata; inoltre, tale decisione avrà inevitabili riflessi sull’interpretazione degli stessi diritti morali, i quali sono una costruzione tipicamente originaria dei Paesi di civil law. Nel nostro ordinamento, non è insolito peraltro che sia in dottrina che in giurisprudenza vi sia una particolare attenzione verso il diritto d’autore statunitense, specialmente in relazione all’arte contemporanea e, sicuramente, questa pronuncia non passerà inosservata.

Fabio Marino

Laureato in Giurisprudenza con lode e dignità di stampa presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi intitolata “Copyright Law and Contemporary Art”, ha partecipato a programmi di scambio internazionale presso la Seinan Gakuin University e la Northwestern University, nonché a corsi di perfezionamento in collaborazione con la Harvard Law School (CopyrightX) e la Keio University; inoltre, ha svolto un periodo di ricerca presso la University of Cambridge.

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